Crioterapia post-allenamento, funziona veramente?

Negli ultimi anni, sempre più spesso, si è fatta strada, sopratutto in sport di endurance come le Obstacle Course Racing, nel mondo del Crossfit e nelle discipline di contatto, la pratica della crioterapia post-allenamento. Ma se ci pensiamo, a prescindere dalla personale esperienza sportiva, la “nostra” crioterapia la facciamo da sempre, perchè ci è stata insegnata da quando eravamo piccoli. Ti facevi male giocando? La prima cosa che bisognava fare era la sacca del ghiaccio (o qualunque altra cosa molto fredda!). E crescendo? Se ci pensiamo in tutti i kit di pronto soccorso presenti in attività commerciali, uffici, palestre ecc il ghiaccio secco o la bag di ghiaccio istantaneo, sono le cose principalmente utilizzate in caso di infortunio traumatico.

Ma che cos’è la crioterapia?
E’ definita come: “il raffreddamento del corpo a fini terapeutici”. Tradizionalmente, viene eseguito utilizzando impacchi di ghiaccio o bagni ad immersione in acqua fredda. Più recentemente, la crioterapia a corpo intero (WBC – whole body cryotherapy) è diventata una tecnica ancora più popolare di questa modalità. Sebbene notevolmente più costoso delle forme tradizionali di crioterapia, il WBC è diventato ampiamente popolare per gli atleti, agonisti e non e nella medicina dello sport.

Quando nasce la crioterapia?
Il campo dove è da sempre più utilizzato il ghiaccio è sicuramente quello medico. Già agli inizi degli anni ’40 i medici, sopratutto i chirurghi, userebbero comunemente il ghiaccio per aiutare a ridurre i tassi di infezione, bloccare il dolore e ridurre il tasso di mortalità, durante gli interventi di amputazione. Questo perché il ghiaccio rallentando il metabolismo cellulare, consentiva loro di mantenere, vivo il più possibile, il tessuto muscolare. Quindi se originariamente, il ghiaccio era destinato a preservare gli arti recisi e ridurre le complicazioni nella sala operatoria, alla fine si sarebbe fatto strada per essere utilizzato in tutte le lesioni e traumi.

Ancora oggi se chiediamo a un medico il motivo per il quale raccomanderebbe il ghiaccio, probabilmente ci risponderà che aiuta ad alleviare il dolore, a ridurre l’infiammazione e a limitare il gonfiore. Questo è anche il motivo per cui, alcuni chirurghi, insistano all’utilizzo del ghiaccio, anche per mesi dopo l’intervento.

Ma l’ambito sportivo viene trattato nel 1978, quando il dottor Gabe Mirkin, medico di Harvard, coniò il termine RICE (Rest. Ice. Compression. Elevation.) definendolo come trattamento raccomandato, per gli infortuni sportivi. Da quel momento, la comunità medica, ha cominciato così a seguire questo trattamento, seguendo religiosamente il protocollo appena descritto, per il trattamento di tutte le lesioni acute e per il recupero da un intenso esercizio fisico.

Ma ecco il problema: solo perché il dolore e l’indolenzimento che provi sono temporaneamente diminuiti con il ghiaccio, questo NON significa che stai risolvendo il problema! O forse addirittura, stai effettivamente facendo più danni, che benefici.

G. Mirkin infatti, nel 2013 ha ritrattato la sua trattazione originale.
In”Iced, the illusionary treatment option” di Gary Reinl infatti scrive:
“Ricerche successive (al suo RICE ndr) dimostrano che il ghiaccio può effettivamente ritardare il recupero. Il movimento lieve aiuta i tessuti a guarire più rapidamente e l’applicazione del freddo sopprime le risposte immunitarie che iniziano e accelerano il recupero. Il freddo aiuta a sopprimere il dolore, ma gli atleti di solito sono molto più interessati a tornare il più rapidamente possibile sul campo da gioco. Quindi, oggi, RICE non è il trattamento preferito per un infortunio atletico acuto. ”

Il nostro obiettivo dovrebbe essere trattare il perchè dietro il dolore e non cercare di coprirlo, risolvendo i sintomi con riposo e ghiaccio.